1° bollettino trimestrale INAIL: infortuni, malattie professionali e morti bianche

Il 30 aprile 2021 l’INAIL ha reso pubblici i dati del 1° trimestre 2021 in tema di infortuni, malattie professionali e le cosidette “morti bianche”.

Il bollettino analizza in particolare l’andamento delle denunce di infortunio nel complesso e con esito mortale per genere, regione e modalità di accadimento, mentre il trend delle denunce di malattia professionale è declinato per genere e regione.

Leggendo questi dati emerge che «Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e marzo sono state 128.671 (-1,7% rispetto allo stesso periodo del 2020), 185 delle quali con esito mortale (+11,4%). In diminuzione le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 13.583 (-3,7%)».

Bisogna però evidenziare come l’epidemia da Sars-Covid-19  ha condizionato anche i primi mesi del 2021. Emerge che nel primo trimestre ci sono stati 185 decessi, 19 in più rispetto allo stesso periodo del 2020, con una crescita dell’11,4 per cento ma questo confronto è improprio, perché negli ultimi mesi molte regioni hanno affrontato la cosiddetta terza ondata dell’epidemia, che ha causato molti morti con possibile contagio nel luogo di lavoro e relativa denuncia, mentre lo scorso anno la prima ondata ha avuto conseguenze sulla tenuta sanitaria a partire da marzo.

Ciò che non viene tenuto in considerazione, leggendo questi dati, è che la sicurezza sul lavoro segue i cambiamenti della società, va quindi studiata considerando un arco temporale di decenni, non di pochi anni e include: l’evoluzione del mondo del lavoro,  lo sviluppo tecnologico, gli interventi normativi, la cultura aziendale, l’istruzione e la formazione.

Al netto del 2020, i dati sul lungo periodo mostrano in modo piuttosto evidente che gli incidenti sul lavoro, anche quelli mortali, sono diminuiti negli anni.

Questo non significa che il problema non esista: un incidente sul lavoro è sempre un fatto grave e difficile da accettare.

Il Presidente dell’INAIL, Franco Bettoni, ha recentemente dichiarato che il trend in calo dimostra quanto sia importante e necessario continuare a tenere alta l’attenzione sul tema: «Bisogna indignarsi e continuare a parlare di sicurezza sui luoghi di lavoro».

Ma come mai si continua a morire sul posto di lavoro?

Le ragioni delle continue morti bianche sono diverse; prima fra tutti, bisogna tenere presente la natura delle aziende italiane. Le piccole e medie imprese rappresentano il 92% del totale delle imprese presenti sul nostro territorio e proprio in queste piccole realtà è spesso più difficile investire sulla sicurezza rispetto alle grandi aziende.

Un’altra causa può essere ravvisata nel mancato aggiornamento tecnologico di macchinari e mezzi, vengono infatti spesso utilizzate attrezzature obsolete e/o mantenuti in funzione vecchi impianti non sottoposti ad una manutenzione periodica.

Tra le cause più incisive si ravvisa sicuramente la diminuzione dei controlli sulla sicurezza nelle aziende, dovuta, principalmente, a un numero ridotto e non sufficiente di ispettori presenti sul territorio, tale da poter garantire un monitoraggio approfondito e capillare.

I sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno infatti richiesto, tramite un comunicato ufficiale, di migliorare le ispezioni «in quantità, qualità e frequenza» anche attraverso «l’integrazione delle banche dati disponibili, lo sviluppo di tutti i servizi di prevenzione e per la sicurezza nei luoghi di lavoro attraverso assunzioni mirate e finanziamenti ad hoc».

Numeri alla mano, si evidenzia come, nel corso del 2020, siano emerse 8.068 irregolarità sui 10.179 accertamenti eseguiti, il 79,3% dei casi: una percentuale pericolasamente elevata.

Da ultimo, emerge, come  l’epidemia abbia influito anche sull’andamento dei controlli, passati dai 18mila del 2019 ai 10mila del 2020. Al momento, invece, non è possibile sapere quanti siano stati i controlli eseguiti dalle aziende sanitarie, che svolgono la maggioranza degli accertamenti, ma è presumibile che anche questi siano calati a causa dell’emergenza coronavirus.

Dopo questa carrellata di numeri e cifre, ciò che deve rimanere impresso in maniera forte e chiara è che investire sulla sicurezza nei luoghi di lavoro vuol dire investire sulle vite dei propri lavoratori.